giovedì 28 maggio 2015

Pennivendoli alla sbarra.

Succede anche questo nell'Italia degli impresentabili, i pennivendoli, a volte, per presunta commissione di reato, sono rinviati a giudizio, ma, per una legge non scritta, chi di penna ferisce di penna perisce.
Sono quelli che godono nell'umiliare le persone, nascondendosi dietro il paravento dell'acuta ironia, maestri nel manipolare le dichiarazioni, attraverso un abile lavoro di taglia e cuci, e nello sbattere il mostro in prima pagina, ancor prima di verificare se si tratta del lupo o dell'agnello.
Sono gli unici detentori della verità assoluta e, pertanto, si sentono autorizzati a stigmatizzare chi non si allinea con il loro pensiero, aizzando sapientemente il popolino verso i dissidenti.
Si sentono intoccabili, inviolabili, al punto di non riuscire a capire che, se vengono divulgate notizie sulla loro persona dalle maggiori testate giornalistiche, si tratta di normale, banale, attualità.
Loro che spesso ricoprono i ruoli  giudici inflessibili nei processi mediatici, quando, per ironia della sorte, passano dall'altra parte della barricata, diventando quindi vittime, sono in prima fila ad accusare questo sistema di processo sommario che aumenta lo share dei programmi spazzatura ed i like su Facebook.
Sarebbe sufficiente che facessero un bagno di umiltà e ricordassero, molto semplicemente, di non fare agli altri ciò che non vorrebbero fosse fatto a loro.


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